Brigantaggio negli Abruzzi: la lunga guerra dopo l’Unità d’Italia

Introduzione
Il brigantaggio negli Abruzzi fu uno dei fenomeni più drammatici e complessi dell’Italia postunitaria. Dopo il 1860, con la caduta del Regno delle Due Sicilie e l’arrivo dell’esercito piemontese, molte aree dell’Abruzzo si trasformarono in un vero teatro di guerra. Dalle montagne della Maiella alla Marsica, passando per il Teramano e il Cicolano, bande armate, guerriglieri filoborbonici e contadini insorti si scontrarono con le truppe sabaude.
La presenza della Fortezza di Civitella del Tronto, ultimo baluardo borbonico a cadere, rese il territorio strategico durante gli ultimi mesi del Regno delle Due Sicilie. Inoltre, la vicinanza con lo Stato Pontificio favorì per anni il passaggio di briganti e guerriglieri lungo il confine.
Per quasi un decennio gli Abruzzi vissero rivolte popolari, saccheggi, assedi e repressioni militari che lasciarono un segno profondo nella storia locale.
Gli Abruzzi dopo il 1860: un territorio in tensione
Nel 1860 gli Abruzzi erano divisi in tre province principali:
- Abruzzo Ulteriore Primo con capitale Teramo
- Abruzzo Ulteriore Secondo con capoluogo L’Aquila
- Abruzzo Citeriore con capoluogo Chieti
L’arrivo di Vittorio Emanuele II e delle truppe piemontesi cambiò rapidamente gli equilibri politici del territorio. Tuttavia, in molte aree rurali rimase forte il sostegno ai Borbone.
A pesare furono anche povertà, isolamento montano e tensioni sociali già presenti da decenni. In numerosi paesi abruzzesi il brigantaggio non fu soltanto criminalità, ma anche una forma di opposizione politica e sociale contro il nuovo Stato unitario.
Civitella del Tronto e la resistenza borbonica
La vicenda simbolo del brigantaggio e della guerriglia negli Abruzzi fu quella della Fortezza di Civitella del Tronto.
Mentre il Regno delle Due Sicilie stava crollando, la fortezza continuò a resistere per mesi all’assedio piemontese. Attorno alla cittadella operarono bande filoborboniche guidate da capi come Bernardo Stramenga, Gaetano Troiani e Angelo Florj.
L’obiettivo era chiaro: alleggerire l’assedio, garantire rifornimenti e mantenere viva la resistenza borbonica nell’Adriatico centrale.
Nel frattempo, in molti paesi del Teramano scoppiarono rivolte popolari. A Campli, Controguerra, Sant’Egidio alla Vibrata e in altre località gruppi armati attaccarono sedi istituzionali e Guardia Nazionale.
La repressione piemontese fu durissima. Il generale Ferdinando Augusto Pinelli ordinò operazioni punitive contro diversi borghi tra Abruzzo e Marche, con incendi e devastazioni che alimentarono ulteriormente l’odio verso il nuovo governo.
La fortezza cadde definitivamente il 20 marzo 1861, pochi giorni dopo la resa di Gaeta.
La Marsica e il confine con lo Stato Pontificio
Nell’Abruzzo Ulteriore Secondo il brigantaggio assunse caratteristiche ancora più militari.
Le aree della Marsica, del Cicolano e della Valle Roveto divennero corridoi strategici per le incursioni provenienti dal confine pontificio. Bande armate entrarono più volte in centri come Avezzano, Tagliacozzo, Carsoli e Pescina.
Tra i personaggi più noti emersero:
- Luigi Alonzi detto Chiavone
- Rafael Tristany
- Berardino Viola
- Fiore Sallusti
- i fratelli Pietropaoli
Le bande sfruttavano la conformazione montuosa dell’Appennino abruzzese per colpire rapidamente e rifugiarsi poi nello Stato Pontificio.
In molte zone i briganti ricevevano sostegno logistico da manutengoli locali, mentre il governo italiano rispondeva con rastrellamenti, fucilazioni e stato d’assedio.
La Maiella e le bande dell’Abruzzo Citeriore
Anche la Maiella diventò uno dei principali rifugi del brigantaggio postunitario.
Le montagne tra Chieti, Lanciano e Vasto ospitarono bande guidate da Salvatore Scenna, Nicola Marino, Domenico Di Sciascio e Domenico Valerio detto Cannone.
Le incursioni colpirono decine di borghi:
- Caramanico Terme
- Roccamorice
- Lettomanoppello
- Palena
- Guilmi
Le bande praticavano sequestri, estorsioni e saccheggi, ma spesso godevano di una certa protezione popolare. In molte comunità montane, infatti, il nuovo Stato veniva percepito distante e oppressivo.
La Legge Pica e la repressione del brigantaggio
Per fermare il brigantaggio, il governo italiano approvò nel 1863 la famosa Legge Pica.
La normativa introdusse misure eccezionali:
- tribunali militari
- arresti di massa
- deportazioni
- fucilazioni sommarie
- controlli straordinari sul territorio
Negli Abruzzi furono create zone militari speciali e vennero impiegati migliaia di soldati.
La repressione indebolì progressivamente le bande, ma il fenomeno non scomparve subito. In molte aree montane il brigantaggio continuò fino alla presa di Roma del 1870, quando la fine dello Stato Pontificio tolse ai briganti il principale rifugio strategico.
📦 Curiosità storica
Molti borghi abruzzesi conservano ancora oggi racconti popolari legati ai briganti. In alcune zone della Marsica e della Maiella sopravvivono leggende su nascondigli, passaggi segreti e covi utilizzati dalle bande durante le fughe tra Abruzzo e Stato Pontificio.
Anche la Fortezza di Civitella del Tronto resta uno dei simboli più visitati della memoria borbonica nel Centro Italia.
Cosa resta oggi del brigantaggio negli Abruzzi
Oggi il brigantaggio postunitario viene studiato non solo come fenomeno criminale, ma anche come guerra civile che accompagnò l’unificazione italiana nel Mezzogiorno.
Negli Abruzzi il ricordo è ancora vivo soprattutto nelle aree interne, dove monumenti, archivi storici e fortezze raccontano un periodo segnato da violenza, repressione e profonde divisioni sociali.
Località come Fortezza di Civitella del Tronto, la Marsica e la Maiella rappresentano ancora oggi luoghi chiave per comprendere quella pagina complessa della storia abruzzese.
FAQ
Quando iniziò il brigantaggio postunitario negli Abruzzi?
Il fenomeno esplose dopo il 1860, con la caduta del Regno delle Due Sicilie e l’ingresso delle truppe piemontesi negli Abruzzi.
Quali furono le zone più colpite?
Le aree più coinvolte furono il Teramano, la Marsica, il Cicolano, la Maiella e la Valle Roveto.
Chi era Chiavone?
Luigi Alonzi, detto Chiavone, fu uno dei più noti capibanda filoborbonici attivi tra Abruzzo e Lazio.
Perché Civitella del Tronto è importante?
La fortezza fu l’ultimo presidio borbonico a resistere contro l’esercito piemontese durante l’unificazione italiana.
Quando terminò il brigantaggio negli Abruzzi?
Il fenomeno diminuì dopo la Legge Pica del 1863, ma in alcune aree continuò fino al 1870 con la fine dello Stato Pontificio.



Commento all'articolo