La guerra del ponte: come D’Annunzio trasformò la rivalità tra Pescara e Castellammare in un capolavoro letterario che è anche un documento storico

Introduzione
Ci sono testi letterari che valgono più di mille documenti d’archivio. “La guerra del ponte” di Gabriele D’Annunzio è uno di questi. Scritta alla fine dell’Ottocento e poi inserita nelle Novelle della Pescara del 1902, questa novella breve e fulminante racconta in poche pagine qualcosa che i verbali comunali e le corrispondenze prefettizie non riuscirebbero mai a restituire: l’atmosfera, i sentimenti, la quotidiana ferocia di una rivalità cittadina che divideva due comunità separate da duecento metri di fiume. La rivalità tra i due centri ebbe l’acume nel 1807, con la separazione dei comuni, e la successiva guerra per il passaggio delle merci sul ponte di ferro è descritta da D’Annunzio nella novella La guerra del ponte. Ma la novella non è soltanto letteratura, è una fonte storica di straordinaria precisione, che ci permette di vedere la Pescara dell’Ottocento attraverso gli occhi del suo figlio più illustre.
D’Annunzio e la Pescara che conosceva dall’interno
Gabriele D’Annunzio nacque in Corso Manthonè, nel cuore di Pescara Vecchia, nel 1863 l’anno stesso in cui arrivò la ferrovia. Crebbe in una città divisa, visse da bambino e da adolescente il clima di rivalità tra le due sponde, sentì i racconti degli anziani sulle scaramucce del ponte, osservò i mercanti che facevano i calcoli su quale riva convenisse comprare e vendere.
D’Annunzio fu fortemente influenzato, pur componendo episodi di fantasia, dalla reale situazione della città di Pescara durante l’Ottocento. La zona nuova di Pescara, Castellammare Adriatico, è il rione dei ricchi e degli altolocati, i quali spesso vengono a lite con Pescara, come narrato in La guerra del ponte.
Questa conoscenza dall’interno, il ragazzo di Portanuova che guardava dall’altra parte del fiume con la diffidenza istintiva di chi è cresciuto con una rivalità come dato naturale del paesaggio, trasforma la novella da puro esercizio letterario in qualcosa di più prezioso: un documento di vita vissuta, elaborato dall’immaginazione di un genio ma fondato su osservazione diretta.
Il testo come fonte storica: il ponte di barche e i sette battelli
La novella si apre con una descrizione del ponte di barche che è insieme un’immagine letteraria e un documento etnografico. D’Annunzio scrive: un vecchio ponte di legname cavalca il fiume su grossi battelli tutti incatramati e incatenati e trattenuti da ormeggi. I canapi e le gomene si intrecciano nell’aria artifiziosamente, scendendo dalle antenne alte dell’argine ai parapetti bassissimi; e danno immagine di un qualche barbarico attrezzo ossidionale.
Sette battelli, incatramati e incatenati esattamente come la struttura che Mammarella costruì e gestì fino al 1877 e che poi passò all’Amministrazione Provinciale di Chieti. D’Annunzio conosceva quel ponte dall’infanzia: lo aveva attraversato centinaia di volte, aveva sentito scricchiolare il legno sotto i piedi, aveva visto i canapi tesi tra le antenne. La sua descrizione non è invenzione è memoria.
Il cuore del conflitto: i commercianti e i canapi
Il motore narrativo della novella è commerciale prima che politico. D’Annunzio scrive: “Le parti nemiche si esercitano assiduamente in offese e rappresaglie, l’una osteggiando con tutte le forze il fiorire dell’altra.” I Castellammaresi da tempo mirano a trarre i mercanti sulla loro riva con ogni sorta di astuzie e di allettamenti.
È una descrizione perfettamente accurata della realtà economica dei due borghi nell’Ottocento: Castellammare, con la sua posizione più aperta e il suo territorio collinare fertile, aspirava a diventare il centro commerciale della zona. Pescara, con la fortezza e il borgo marinaro, cercava di mantenere il primato dei traffici. Il ponte era il campo di battaglia di questa guerra silenziosa, chi controllava il passaggio controllava i flussi di merce.
La battuta più famosa della novella, quella che ancora oggi viene citata quando si parla della rivalità pescarese, riguarda proprio i canapi: i Castellammaresi che, come per di là le industrie cittadine si riversano sulla provincia teramana, vorrebbero tagliare i canapi e respingere i sette rei battelli a naufragare. Tagliare i canapi del ponte significava recidere fisicamente il collegamento isolare Pescara, privare i suoi mercanti dell’accesso al mercato dell’altra sponda, vincere la guerra commerciale con un gesto radicale e definitivo.
La trama: il colera, il sindaco e l’anarchia
Proprio in vista del colera, scoppia la guerra fratricida tra Pescara e Castellammare per il ponte di legno che permetteva il collegamento tra i due comuni. Essendo il ponte malandato, il sindaco di Castellammare fa in modo di chiudere il traffico, offrendo un pagamento ai pescaresi per il passaggio in barca all’altra sponda per accedere al mercato del pesce. Pescara risponde catturando i viandanti e i lanzichenecchi provenienti da Castellammare.
La chiusura del ponte è il pretesto formale, le ragioni igieniche legate al colera che si avvicina. Ma il vero motivo è quello che D’Annunzio ha già dichiarato nell’incipit: il desiderio di Castellammare di scalzare la vecchia città-caserma per i vantaggi del traffico commerciale.
Ben presto a Pescara scoppia l’anarchia popolare, la giunta comunale viene sciolta, e vengono erette barricate contro l’ambasciata castellammarese. Per un’intera giornata le due fazioni si lanciano insulti dalle due rive del fiume, finché tutto non si risolve in un nulla di fatto.
Le milizie, per impedire l’imminente lotta tra i Castellammaresi e i Pescaresi, fanno argine sull’estremità sinistra del ponte. La turba, deposte le bandiere, si avvia alla strada di Chieti, poiché di là era per giungere il Prefetto chiamato in furia da un Commissario reale.
Il prefetto chiamato in furia da Chieti, anche questo dettaglio è preciso: nella suddivisione provinciale dell’Ottocento, Pescara dipendeva da Chieti, e il prefetto di Chieti era l’autorità superiore a cui rivolgersi nei momenti di crisi.
Il finale: le belle popolane e il buon senso
Il finale della novella è il più rivelatorie di tutti. La guerra del ponte non finisce con una battaglia, non finisce con un accordo diplomatico, non finisce con l’intervento decisivo del prefetto. Finisce per esaurimento naturale e grazie alle donne. Per fortuna si tratta solo di preparativi di guerra e di reciproche minacce, perché alla fine, attirati dalla vista delle belle popolane ai balconi e vinti dai morsi della fame, i pescaresi si placano e il buon senso finisce col trionfare.
D’Annunzio ci sta dicendo qualcosa di preciso: questa guerra non ha vincitori perché non ha una vera posta in gioco ideale è una guerra di orgoglio municipale, di interessi commerciali, di diffidenze ataviche. E come tutte le guerre senza una vera ragione, finisce quando la fame e la bellezza prendono il sopravvento sull’orgoglio.
La profezia del 1927: il fiume che non divide
Quando nel 1927 D’Annunzio apprese la notizia della fusione dei due comuni, la sua reazione fu quella di un uomo che aveva sempre saputo come sarebbe finita. D’Annunzio esclamò: “Il fiume non divide i due territori come non divide Roma il Tevere e Firenze l’Arno.”
Una frase che è insieme una constatazione geografica e una verità umana, il fiume è sempre stato un confine artificiale, imposto da una legge napoleonica e mantenuto dall’orgoglio campanilistico, non da una realtà geografica o sociale reale. Lo stesso D’Annunzio che aveva scritto della guerra del ponte come di un’epopea comica capiva che quella guerra doveva finire e che il nome della città unificata doveva essere Pescara.
FAQ – La guerra del ponte di D’Annunzio: le domande più frequenti
Cosa è La guerra del ponte di D’Annunzio? La guerra del ponte è un episodio noto di vita pescarese incentrata sull’antica rivalità che divideva i cittadini di Castellammare e Pescara. Lo stesso ponte costruito sul fiume finisce con il diventare non mezzo di collegamento e di unione fra le due città, ma una specie di macchina d’assedio eretta fra le parti avverse.
La storia raccontata nella novella è vera? D’Annunzio fu fortemente influenzato, pur componendo episodi di fantasia, dalla reale situazione della città di Pescara durante l’Ottocento. La rivalità commerciale, il ponte di barche, la figura del sindaco di Castellammare e persino l’intervento del prefetto rispecchiano la realtà storica dell’epoca.
Chi è il Grande Nemico della novella? Il sindaco di Castellammare è descritto da D’Annunzio come “il Gran Nimico” — un ritratto satirico ispirato alla figura di Leopoldo Muzii, sindaco di Castellammare dal 1880 al 1903, che D’Annunzio descrisse come “un piccolo dottor di legge cavaliere, tutto untuosamente ricciutello, con omeri sparsi di forfora”.
Come finisce la guerra del ponte? Alla fine, attirati dalla vista delle belle popolane ai balconi e vinti dai morsi della fame, i pescaresi si placano e il buon senso finisce col trionfare. Un finale comico e umano che rivela la vera natura del conflitto: un’epopea di orgoglio campanilistico senza una vera ragione ideale.
Cosa disse D’Annunzio quando i due comuni si fusero nel 1927? Quando D’Annunzio apprese la notizia della riunione nel 1927 dei due comuni, esclamò: “Il fiume non divide i due territori come non divide Roma il Tevere e Firenze l’Arno.”



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