Partire per vivere: l’epopea dell’emigrazione abruzzese tra Otto e Novecento

L’emigrazione ha accompagnato il vissuto degli abruzzesi per oltre un secolo. A partire dall’ultimo ventennio del XIX secolo, migliaia di persone lasciarono i loro paesi: le colline interne, le valli, i borghi arroccati sull’Appennino e imboccarono la strada verso il mare, verso il porto, verso piroscafi che li avrebbero portati lontano. In Argentina, in Brasile, negli Stati Uniti. Poi, dopo la seconda guerra mondiale, anche in Belgio, in Germania, in Francia. Ancora oggi si stima che oltre un milione e trecentomila oriundi abruzzesi vivano nel mondo.

Le radici del fenomeno: povertà e speranza

Cosa spingeva gli abruzzesi ad andarsene? Le ragioni erano economiche, prima di tutto. La terra era povera, la proprietà frammentata, il lavoro agricolo stagionale e mal pagato. Le crisi si susseguivano. Al tempo stesso, oltreoceano l’industria americana e quella sudamericana chiedevano braccia. La corrispondenza tra domanda e disperazione produsse uno dei più grandi movimenti migratori della storia italiana.

La provincia di Chieti fu tra le più colpite: le percentuali di emigrazione verso il continente americano si avvicinarono al 70%. Teramo seguì nel corso del Novecento. Le province dell’Aquila, inizialmente orientate verso l’emigrazione europea, si riversarono a loro volta verso le Americhe a partire dal 1896. L’aumento demografico dell’area pescarese nei primi vent’anni del ‘900 — il 61,3% — fu in parte alimentato proprio dalle rimesse che gli emigrati mandavano a casa, rendendo possibili investimenti che prima erano impensabili.

Le destinazioni: America, Argentina, Belgio

La prima grande ondata migratoria, tra fine ‘800 e primo ‘900, puntò soprattutto verso Argentina e Stati Uniti. Negli States gli abruzzesi finirono nelle miniere del West Virginia e della Pennsylvania, nelle grandi città industriali come New York, Filadelfia, Pittsburgh, Chicago. Erano visti con sospetto, spesso maltrattati. Ma lavoravano, risparmiavano, mandavano soldi a casa e, quando potevano, tornavano.

Dopo la seconda guerra mondiale i flussi cambiarono rotta. Gli Stati Uniti rimasero una meta, ma si affiancarono Canada, Venezuela, Australia. E soprattutto l’Europa: Belgio, Germania, Francia. Il Belgio, in particolare, attirava i lavoratori abruzzesi nelle miniere di carbone. La tragedia di Marcinelle nel 1956, in cui morirono 262 minatori di cui molti italiani, colpì duramente anche le famiglie abruzzesi che avevano mandato i propri uomini nelle gallerie del Bois du Cazier.

I volti dell’emigrazione: Pascal D’Angelo e John Fante

L’emigrazione abruzzese ha prodotto figure letterarie di straordinaria intensità. Pascal D’Angelo, nato a Introdacqua nel 1894 e emigrato in America nel 1910, è stato definito «il poeta della pala e del piccone». La sua autobiografia, Son of Italy, racconta anni di duro lavoro, sacrifici e privazioni, ma anche la caparbietà di chi non rinuncia a esprimere sé stesso. Oggi un museo a lui dedicato a Introdacqua custodisce la sua memoria.

Di padre abruzzese, originario di Torricella Peligna, in provincia di Chieti, è lo scrittore americano John Fante, uno dei grandi della letteratura del Novecento. Le sue opere hanno saputo raccontare il mondo degli immigrati italiani in America con ironia fresca e dolore autentico, in un intreccio di identità che appartiene a tutta la tradizione migratoria abruzzese.

L’eredità: una regione nel mondo

L’emigrazione ha lasciato tracce profonde nell’Abruzzo contemporaneo. Ha trasformato la struttura economica delle campagne, frantumato le grandi proprietà, contribuito alla formazione di un ceto di piccoli proprietari. Ha anche cambiato le comunità: paesi svuotati, tradizioni portate altrove, lingue ibridate. Oggi il Consiglio Regionale degli Abruzzesi nel Mondo mantiene vivo il legame tra la regione e la diaspora. Nell’ordine, le comunità più numerose si trovano in Argentina, Svizzera, Belgio, Germania, Francia, Venezuela, Canada, Stati Uniti, Australia e Brasile.

L’Abruzzo è davvero, come lo ha definito uno studioso, una regione del mondo. Non solo perché i suoi figli hanno portato il suo nome ovunque. Ma perché quella storia di partenze e ritorni, di lettere scritte nelle miniere e di rimesse inviate a casa, è parte integrante di ciò che questa terra è diventata.

Curiosità storica

Tra le carte dell’Archivio di Stato di Chieti si conservano sei lettere inviate tra il 1887 e il 1888 da emigranti abruzzesi in Argentina e negli Stati Uniti. Erano allegate a un procedimento penale per sottrazione di rimesse: testimonianze preziosissime di vite sospese tra due mondi.

Cosa resta oggi

A Manoppello, in provincia di Pescara, è stato inaugurato nel 2011 il Museo dell’Emigrazione intitolato a Pascal D’Angelo. Custodisce nelle sue sale la storia della grande emigrazione abruzzese e il lascito culturale di chi partì per non tornare.

FAQ

Quanti abruzzesi vivono nel mondo?

Si stima che oltre un milione e trecentomila oriundi abruzzesi vivano all’estero. La comunità più numerosa si trova in Argentina, seguita da Svizzera, Belgio, Germania e Francia.

Quando iniziò la grande emigrazione dall’Abruzzo?

La grande emigrazione abruzzese iniziò nell’ultimo ventennio del XIX secolo, intorno agli anni ’80 dell’Ottocento. La principale destinazione fu dapprima l’America del Sud (Argentina e Brasile), poi sempre più anche gli Stati Uniti.

Chi è Pascal D’Angelo?

Pascal D’Angelo è un poeta e scrittore nato a Introdacqua (L’Aquila) nel 1894 ed emigrato in America nel 1910. È considerato il simbolo dell’emigrazione abruzzese: la sua autobiografia Son of Italy racconta le difficoltà e le speranze degli italiani in America.

Il Belgio era una destinazione importante per gli abruzzesi?

Sì. Dopo la seconda guerra mondiale molti abruzzesi emigrarono nelle miniere di carbone belghe. La tragedia di Marcinelle del 1956 colpì duramente le comunità italiane emigrate, incluse molte famiglie abruzzesi.

Jasmine Triboletti è autrice per Pescara Racconta, portale dedicato alla storia, alla cultura e alle tradizioni del territorio pescarese. Nei suoi articoli approfondisce eventi, personaggi e luoghi che hanno contribuito a costruire l’identità della città e dell’Abruzzo. Pur non essendo originaria di Pescara, nel tempo ha sviluppato un forte legame con la città, fino ad appassionarsi alla sua storia. Attraverso i suoi racconti e approfondimenti, il suo obiettivo è far conoscere Pescara e far innamorare i lettori della sua storia, proprio come è successo a lei.

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