Gioacchino Cascella: il ceramista pescarese che scelse Rapino, l’argilla e la maiolica

Introduzione

Nella famiglia Cascella, quella straordinaria dinastia di artisti pescaresi che ha attraversato cinque generazioni e portato il nome di Pescara nei musei di tutto il mondo, c’è un figlio rimasto nell’ombra. Non perché meno dotato degli altri, ma perché ha scelto deliberatamente di restare nell’ombra. Il “milite ignoto” lo definì il fratello Tommaso. Ma Gioacchino, anche se rimasto in confini ristretti e celato alla conoscenza di quanti ne avrebbero potuto apprezzare la delicatezza e la sensibilità del pennello, come tutti i Cascella, non ha mancato di fornire segnali di artisticità di notevole rilievo. Un artista che ha scelto l’argilla dei monti invece dei salotti di Parigi, i forni di un borgo invece delle gallerie di Milano e che in quella scelta ha trovato la sua forma di libertà.


Le origini: Pescara 1903, figlio di Basilio

Gioacchino nasce a Pescara nel 1903. Anch’egli è allievo del padre e, dopo aver iniziato studi tecnici, intorno ai quindici anni inizia la carriera artistica.

Il contesto in cui cresce è quello del laboratorio cromolitografico di Basilio in viale Marconi, una fucina di arte, cultura e sperimentazione che era diventata punto di riferimento per artisti e intellettuali di tutta la regione. I figli Tommaso, Michele e Gioacchino crescevano “malati”, come lui della stessa malattia: l’arte. Ma ognuno di loro si ammalò in modo diverso: Tommaso dell’Abruzzo contadino e della pittura di paesaggio, Michele della luce e dei fiori, Gioacchino dell’argilla e del fuoco della ceramica come forma di vita prima ancora che di espressione artistica.


Rapino e la scintilla della ceramica

L’incontro decisivo nella vita artistica di Gioacchino Cascella avviene in un borgo della provincia di Chieti. Quando è ancora molto giovane, condivide questa esperienza artistica con i fratelli a Rapino, un paese in provincia di Chieti. Questo fatto condiziona le sue scelte successive e lo incoraggia a specializzarsi nell’arte della ceramica.

Rapino era ed è ancora oggi, uno dei centri più importanti della tradizione maiolicara abruzzese. La qualità dell’argilla locale, la tradizione dei forni, la cultura popolare che si esprimeva attraverso le ceramiche dipinte: tutto questo colpì Gioacchino con una forza che gli altri fratelli non avvertirono con la stessa intensità. L’artista si rivelò davvero innamorato del paese, dei suoi paesaggi, delle sue tradizioni maiolicare e nella sua quotidianità, tanto che decise di trascorrervi tutta la vita tra l’argilla dei monti, il fuoco dei forni e i colori dei suoi pennelli.

Fu una scelta definitiva e radicale. Mentre Michele volava a Parigi e poi in California, mentre Tommaso lavorava ai grandi pannelli per le chiese e i comuni abruzzesi, Gioacchino scelse un borgo di poche centinaia di anime su una collina della Maiella.


Le prime mostre: Mantova, Montecatini e Roma

La scelta di Rapino non significò isolamento totale, almeno non subito. Espone le sue ceramiche per la prima volta nel 1923 al Circolo cittadino di Mantova e prosegue poi con altre mostre cui partecipa assieme ai fratelli e al padre.

Il 1926 porta una collaborazione di grande importanza: collabora anche alla realizzazione dei grandi pannelli decorativi delle Terme di Montecatini fra il 1926 e il 1927. Si tratta di uno dei cantieri decorativi più importanti dell’Italia degli anni Venti, le Terme di Montecatini erano frequentate dall’aristocrazia e dall’alta borghesia europea e i loro interni erano affidati ai migliori artisti del tempo. Lavorare lì, fianco a fianco con il padre Basilio, fu per Gioacchino una consacrazione tecnica e una prova di maturità artistica.

Nel 1934 espone le sue opere in un’importante personale a Roma. La mostra romana del 1934 è il momento più alto della sua presenza sulla scena nazionale e anche l’ultimo grande appuntamento con l’arte fuori dai confini dell’Abruzzo. Dopo di essa, Gioacchino scelse definitivamente il ritiro.


La maiolica come vocazione: Rapino per sempre

Si ritira definitivamente a Rapino e si dedica alla creazione di esemplari in ceramica dipinta che costituiscono senza dubbio l’elemento più importante della sua storia artistica.

Le ceramiche di Gioacchino Cascella hanno una qualità che i contemporanei faticarono a riconoscere e che i posteri hanno valutato con più generosità: una purezza di segno, una fedeltà alla tradizione popolare abruzzese che non scade mai nel folcloristico, una capacità di far parlare l’argilla con la voce dei pastori e delle contadine della Maiella. Le sue figure recavano, come tutte quelle della famiglia, i lineamenti della razza abruzzese, sana, feconda, lavoratrice: gli uomini e le donne, i vecchi e i bambini, i casolari, le scene agresti.

La pittura su maiolica aveva già portato a Gioacchino e a tutta la famiglia Cascella un riconoscimento internazionale significativo. La pittura su maiolica gli aveva procurato negli anni Venti un notevole successo in varie edizioni della Biennale internazionale delle arti decorative di Monza.


L’insegnamento e gli ultimi anni

Finita la guerra, Gioacchino Cascella scelse un altro modo di restituire alla sua terra ciò che aveva ricevuto. Finita la guerra diventa insegnante negli Istituti d’Arte di Penne, in provincia di Pescara, e a Chieti. Anni di lavoro silenzioso accanto ai giovani, trasferendo loro quella conoscenza tecnica e quella sensibilità verso la tradizione abruzzese che aveva assorbito dal padre e dal borgo di Rapino.

Trascorre i suoi ultimi anni a Pescara, dove continua a lavorare nell’antico stabilimento cromolitografico che donerà al comune di Pescara per farlo diventare un museo. Muore nel 1968. Lo stesso stabilimento che il padre Basilio aveva costruito nel 1895, che era stato il centro della vita artistica pescarese per decenni, che poi divenne il Museo Civico Basilio Cascella oggi conserva anche le opere di Gioacchino, finalmente riunite con quelle del padre e dei fratelli.


FAQ – Gioacchino Cascella: le domande più frequenti sul ceramista pescarese

Chi era Gioacchino Cascella? Gioacchino nasce a Pescara nel 1903. Anch’egli è allievo del padre Basilio e, dopo aver iniziato studi tecnici, intorno ai quindici anni inizia la carriera artistica, specializzandosi nell’arte della ceramica. Fu il terzo figlio maschio di Basilio, fratello di Tommaso e Michele.

Perché si trasferì a Rapino? Nacque a Pescara nel 1903 e, attivo soprattutto nel campo della ceramica, per amore di quest’arte lasciò gli studi tecnici e si inserì nella fabbrica del padre. L’esperienza a Rapino con i fratelli lo innamorò del paese e delle sue tradizioni maiolicare, tanto che decise di trascorrervi tutta la vita.

Qual è la sua opera più importante? La collaborazione alle decorazioni delle Terme di Montecatini (1926-27) e la mostra personale a Roma del 1934 sono i momenti più alti della sua carriera pubblica. Ma il cuore della sua produzione è nella ceramica dipinta realizzata a Rapino nel corso di decenni, esemplari in ceramica dipinta che costituiscono senza dubbio l’elemento più importante della sua storia artistica.

Come viene ricordato nella famiglia Cascella? Il “milite ignoto” lo definì il fratello Tommaso, una definizione che non era una critica ma un riconoscimento della scelta coraggiosa e solitaria di Gioacchino di restare nell’ombra per amore della sua arte e del suo territorio.

Dove si possono vedere le sue opere a Pescara? Al Museo Civico Basilio Cascella di Pescara in viale Marconi 45, lo stesso stabilimento cromolitografico che il padre costruì nel 1895 e che Gioacchino contribuì a donare al Comune prima di morire nel 1968.

Jasmine Triboletti è autrice per Pescara Racconta, portale dedicato alla storia, alla cultura e alle tradizioni del territorio pescarese. Nei suoi articoli approfondisce eventi, personaggi e luoghi che hanno contribuito a costruire l’identità della città e dell’Abruzzo. Pur non essendo originaria di Pescara, nel tempo ha sviluppato un forte legame con la città, fino ad appassionarsi alla sua storia. Attraverso i suoi racconti e approfondimenti, il suo obiettivo è far conoscere Pescara e far innamorare i lettori della sua storia, proprio come è successo a lei.

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